Che dire di The Wicked? Un classico film per adolescenti americani che potrei aver apprezzato negli anni ‘80 quando avevo 14 anni, se all’epoca non fossi stata più che soddisfatta con lo zio tibia.

Mi ero completamente dimenticata di questo altro film - peraltro abbastanza inutile -che ho visto qualche settimana fa: Girls Against Boys, del quale probabilmente l’unica cosa da segnalare è l’outfit da samurai fregna che ha una delle due attrici verso la fine.
La storia è tanto banale, quanto comune: una ragazza carina frequenta questo corso universitario noiosissimo in cui una professoressa vecchia, brutta, lesbica e femminista parla di manga giapponesi in cui la femminilità e la giovinezza vengono brutalizzate dalla perversione maschile (e tu già sei lì che cerchi in ogni modo di farti crescere un pisello pur di non far parte del genere tellurico) e, scena successiva, abbiamo lei che parla con la sua compagna di corso orribile che la vuole invitare ad una serata tra sfigati metal, ma lei ha un weekend romantico con il suo ragazzo, che in realtà è un uomo sposato e padre di famiglia. Ovviamente nella scena ancora successiva lui la molla e lei va a piangere nel locale in cui fa la barista. Lì incontra questa guru del femminismo militante, vestita come una pazza, che le dice che gli uomini sono tutti delle merde e la invita a proseguire la serata con lei. Le due bevono come delle camioniste, si lipstickleccano in una discoteca, si fanno palpeggiare e slinguazzare da un gruppo di sfigatoni da cui poi vanno a casa. La nostra protagonista si chiude in bagno, finchè uno die ragazzi le propone di riaccompagnarla a casa. Alle ultime battute tra i due si assiste impietositi al classico 2 di picche che lui si cucca, dai, posso avre almeno il tuo numero? noo dai, dammi tu il tuo, si certo ci credo che poi mi chiami, insomma lui alla fine giustamente la stupra.

Il giorno dopo lei si reca con l’amica alla stazione di polizia dove nessuno mostra un briciolo di pietà per il suo ano sanguinante (e giustamente, aggiungerei) e da questo momento loro 2 decidono di uccidere tutti. Mastermind del crimine, non solo nessuno le beccherà ma i morti e le secchiate di sangue spariranno, per cui ti chiedi: ma forse è lei che si sta sognando tutto mentre dorme durante la pallosissima lezione? Non lo so, fatto sta che più ammazzano, più aumentano le treccine… vabbè, avete capito che è un film di merda.


O Sinister è un remake di qualche oscuro film asiatico che non riesco a trovare, o chi l’ha scritto ha guardato un sacco di oscuri film asiatici dai quali ha preso sicuramente un buon 90% di Ringu e purtroppo ci ha mixato un 10% di new horror americano che si manifesta nella totale incapacità del protagonista a gestire la benchè minima situazione, nei suoi fastidiosi commenti ad alta voce (Oh? chi mai avrà lasciato questa scatola piena di film in soffitta? cosa sta cercando di dirmi? Ah, ecco, cerchiamo su google più informazioni su questi delitti…) e, soprattutto, nella pessima scelta finale di fuga, che chiunque abbia visto almeno un horror in vita sua, sa che non serve a un cazzo, anzi peggiora le cose.

I punti a favore di Sinister: i filmatini dei bizzarri omicidi sono tutti raccapriccianti, con effetti sonori davvero orribili e paurosissimi; una certa originalità della trama, sebbene nella seconda parte del film si scivoli nel J-horror più extreme, compreso il totale nonsense della storia.
I punti a sfavore di Sinister: i momenti che dovrebbero far paura sono davvero troppo prevedibili anche per me che mi cago addosso ogni volta che rivedo la scena del daydream di david Lynch; Kevin Bacon è forse l’attore in assoluto meno adatto a comparire in un horror; il mostro con il face painting alla Demonaz è davvero troppo poco credibile.

Per il resto Sinister è un film dignitosissimo, girato con molta destrezza da Scott Derrickson (The Exorcism of Emily Rose), ma che mi sento di consigliare solo ai veri amanti del genere.
Il 2013 verrà ricordato come l’anno in cui si odiano i bambini!

Veramente ottimo queste prequel della ormai famosissima saga spagnola (ovviamente rifatta anche in salsa americana)! Nonostante una prima fase un po’ sonnolenta (a mio avviso colpa della dogma cam che io odio, a meno che non sia fatta da Lars), REC decolla ion grande stile, con un’ottima regia, una buona dose di autoironia e grandissimi make up effects. Quando oltreoceano compreranno i diritti per rifare anche questo capitolo di REC, ne cambieranno sicuramente il finale e non dico altro per non spoilerarvi! Molto carine le battute sulla francesina invitata al matrimonio ha ha.
André Marécaux e la moglie, genitori di tre bambini, vengono un giorno prelevati senza spiegazioni e senza accortezze da casa, separati brutalmente e sbattuti in carcere con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni minori che non conoscono nemmeno. L’accusa parte da due coppie di genitori in combutta, inaffidabili e contraddittori fin dal principio, e coinvolge un’altra decina di persone, di diversa estrazione e professione. Il calvario di André dura due anni ma non finisce certo con la sentenza. Nel mentre, ha perso il lavoro, l’amore della moglie, ha visto sua madre morire di crepacuore e i suoi figli abbandonati, sbattuti da una famiglia all’altra o in un istituto: questi, tra gli altri, i danni di un errore giudiziario cieco e clamoroso, che ha sconvolto la Francia ma è passato sostanzialmente impunito.
Tanti sono i pregi e pochi i difetti di un film rischioso come questo, che adotta esclusivamente il punto di vista della vittima e ci sbatte in faccia le sue lacrime dolorosissime e impotenti fin dalle prime inquadrature. Eppure non c’è un solo clichè nella scelta delle immagini e la misura del dramma è encomiabile, per come lascia che ad impattare il pubblico siano i fatti e mai un surplus di rappresentazione per immagini dell’emozione. Il registro scelto è quello della cronaca realistica e le immagini sarebbero per forza di cose costruzioni arbitrarie, forzature.
Il lavoro di Vincent Garenq è tratto dalle memoria dell’ufficiale giudiziario (!) Marécaux, il quale ha avuto dunque il coraggio di ripercorre quell’esperienza devastante per far uscire la propria voce dal silenzio in cui l’aveva costretta per 23 mesi la stupidità di un sistema giudiziario pavido e incompetente, dimentico persino del principio della presunzione d’innocenza: principio d’umanità prima che di legalità. Il film amplifica questa voce senza mai alzarla, lasciando che siano la tragica catena delle conseguenze dell’indifferenza giudiziaria a gridare al climax, insieme alla scarnificazione del corpo del protagonista, che il bravo Torreton assume totalmente su di sé. Ma ciò che fa la forza di Présumé coupable è la sua umana debolezza: non solo il punto di vista è orgogliosamente di parte, ma il Marécaux del film non è affatto un eroe. Spesso non ce la più: non trova consolazione religiosa sufficiente né lo contraddistingue una forza d’animo fuori dall’ordinario. Anzi. È proprio nell’ordinarietà della persona, precipitata senza colpa nel gorgo di una prova più grande di sé e di chiunque, che si misura l’importanza del film, comunque maggiore del suo valore intrinseco di oggetto cinematografico. (la rece non è mia, è di Mymovies)
Carved è un altro J-horror che ho visto ieri (questo, decisamente meno cazzone del precedente) e che attinge a man bassa dal prolifico folclore giapponese, con la storia di questa giovane madre sfigurata che tortura i propri figli e anche quelli degli altri; solo in un film asiatico vedremo bambini farsi pistare di botte, in occidente scene del genere non sarebbero consentite nel cinema, chiaramente l’emotività sprigionata da tali immagini è troppo violenta. Ed infatti Carved risulta un film pesante e difficile da guardare, nonostante sia un semplice horror, quindi un film di intrattenimento… a parte le scene dure, è indicibilmente lungo e con un finale che, sinceramente, non avremmo voluto. Ma si sa, già i fantasmi sono in genere duri a morire, quelli giapponesi ricicciano sempre in una quantità infinita di sequel.
Anche quest’anno la svastica è andata una cifra di moda, visto che siamo almeno al ventesimo titolo nazi-exploitation nel solo 2012. Questa pellicola si differenzia però dalle altre per la sublime messa in scena, per una fotografia a dir poco perfetta, per la bellezza degli attori, dei luoghi e la poesia delle riprese.
Firmato da Cate Shortland, regista australiana classe 1969 (ma il film è in realtà una coproduzione tra Germania e Australia) con alle spalle un’esperienza esclusivamente televisiva, Lore è ambientato nella Germania sconquassata dalla guerra e fatta a pezzi dagli “Alleati”. Da una parte, tutta la violenza dei vincitori, dall’altra un popolo incredulo, abbrutito dal terrore, diviso dall’egoismo del si salvi chi può; un’analisi spietata sulla natura umana al di là delle barriere storico-ideologiche, il film segue le vicissitudini di Lora, dei suoi tre fratellini e di una sorella, figli di una coppia di nazionalsocialisti convinti, del cui destino si ha una sola certezza: che verranno puniti. Abbandonati da tutti e cacciati dai vicini, per paura di rappresaglie alleate, Lore e gli altri vagano in una foresta bucolica e intatta alla ricerca di un treno per Amburgo. Si imbatteranno in stupratori, assassini, profittatori e mercanti fino all’incontro salvifico con il giovane Thomas, ebreo fuggito dal lager. Ma sarà poi questa la verità che il misterioso (e a tratti aggressivo) Thomas porta con sè?
Lore diventa allora un simbolo di morte e rinascita, di peccato primordiale e di penitenza, una traversata interiore, un viaggio esistenziale nel quale si perderà qualcosa che però sarà valutata meno della nostra salvezza. Ed è forse questo il messaggio più maledetto e violento di tutto il film.






