Mentre tornavo in negozio ho incrociato, all’orribile angolo del russicum, ben 2 preservativi accartocciati a terra fra un brandello di calze bucate e una pozza di vomito.

Ieri sono riuscita finalmente a vedere The Tall Man (aka The Secret, sul mercato francese e, I bambini di Cold Rock, sull’immondo mercato italiano titlewrecker) di Pascal Laugier, già regista del sublime Martyrs. Devo ammettere che con Jessica Biel e, almeno ai tempi si diceva, poi per fortuna non è stato così, un cameo di Justin Timberlake, avevo temuto il peggio, ma la mia fiducia nel genio francese non ha mai barcollato; naturlich, come nel caso di Martyrs (che adesso tutti gli scureggioni osannano, ma che all’epoca della sua uscita venne acclamato da fischi, svenimenti e vomiti), fioccano le critiche negative per The Tall Man. Era da aspettarselo, viviamo in un mondo di invidiosi incompetenti!

Scritto e diretto da Laugier, Tha Tall Man non solo resuscita un mostro ormai morto e sepolto de decenni (il boogyman) e lo fa in modo del tutto innovativo ed originale, ma, proprio come per Martyrs, riesce ad incastonare perfettamente nella narrazione una feroce critica alla società - prima borghese, come nel precedente film, ed ora proletaria -, alla famiglia, alla crisi (economica, ma, soprattutto, spirituale), allo Stato e all’individuo, ultimo responsabile della propria miseria umana.

Parlare di questo film porterebbe a svelare uno spoiler dopo l’altro, poichè, nello squisito ed unico stile di Laugier, proprio quando pesante di aver capito tutto, le carte vengono rimescolate e vi ritrovate all’angolo con un occhio nero. Quindi non ne parlerò: vi dico solamente che questa non è una pellicola per tutti, quindi, se non avete uno spirito sufficientemente puro e scevro da qualsivoglia tipo di conformismo, evitate di disturbare Pascal e andate a vedervi i soliti idioti.

James Watkins è una mia vecchia conoscenza, sceneggiatore di My little Eye, di Gone (non il locale a ponte milf) e del secondo capitolo di The Descent, fu regista del glorioso Eden Lake. Sicuramente un signore di tutto rispetto da punto di vista dell’originalità e un forbaito del low budget, James ha dimostrato di essere un devoto dell’horror e per questo a lui va la mia maxima stima.

Allora cosa è successo con The Woman in Black? Forse la presenza di due femmine dietro il romanzo e la sceneggiatura? Forse i troppi danari e la virata mainstream? Forse la poco credibile scelta di un grande nome come harry potter? Più probabilmente un mix di tutto ciò.

Iniziamo subito col dire che tecnicamente, The Woman in Black, è un film ineccepibile, fatta eccezione per qualche tocco troppo pesante di visual effect; dal punto di vista stilistico e immaginifico, ancora applausi a scena aperta per Watkins che ha dunque poche colpe: quella di, in tempo di crisi, forse essere stato costretto ad accettare un flick arido, banale, con una trama vista e rivista (non spoilero, ma lo script è copiatissimo da uno dei tanti j-horror), con dei dialoghi triti e ritriti, con le bambole di porcellana, le scimmiette che suonano il tamburello, la sedia a dondolo che va da sola, l’impiccata, le bambine suicide, gli animali impagliati, continuando a rastrellare insensatamente tutto il possibile dall’immaginario horror. Un po’ più d’impegno, zio, ce lo potevi anche mettere: ci si spaventa esattamente dove ci si aspetta di spaventarsi, si riesce a prevedere quasi ogni minimo dettaglio del film e per noi, che abbiamo visto centinaia di horror giapponesi, come puoi pensare di prenderci per il culo, non si sa.

Ma forse, avevi semplicemente bisogno di soldi. Fortuna che io vedo tutto in streaming, altrimenti ti avrei scritto per rimborsarmi il biglietto del cinema.

Faces in the Crowd (aka Frammenti di un omicidio)

Spoiler alert, beware!

Questo film (erroneamente classificato come horror) è di Mensieur Julien Magnat, alla sua terza prova dietro la mdp (viene principalmente dalla tv e ha fatto pacchi di cose a me del tutto sconosciute, come è giusto che sia) e al suo primo film mainstream, con un cast di attori però anonimi, tranne sara tancredi e, naturlich, Milla Jovovich.

A me Faces in the crowd è inaspettatamente piaciuto, anzi, mi ha messo un’ansia addosso con questa storia di lei che… no ve lo devo spiegare meglio, cribbio! Ordunque, Milla è una ragazza felice con una monoespressione, un fidanzato aitante e di successo, 2 amiche cougars alla sex and the city; lei di mestiere fa la maestrina e tutti le vogliono bene.

Una notte, mentre rientra da sola a seguito di una girls night out, sorprende un killer nell’atto di uccidere una donna su di un ponte in evidente stato di abbandono e/o costruzione. Che dal punto di vista del plot, uno rinuncia davvero a capire! Poi, una Milla che abbozza un gridolino, le squilla il cellulare, il killah la vede, la rincorre per 30 centimetri, lei cade da sola, lui la rasoia ma lei si fa scudo con la mano, poi, inspiegabilmente finisce sul parapetto del ponte, cade di sotto, batte la testa e affoga nel fiume. Viene ripescata da un barbone ubriaco, e si risveglia una settimana dopo all’ospedale solo che… da dan! le accade questa cosa orribile che la gente cambia faccia in continuazione, compresa lei quando si guarda allo specchio e chiude gli occhi e poi li riapre ed è un’altra. Cioè a me sta cosa mi ha angosciato tantissimo.

Comunque che Milla sia un vittima è inverosimile, voglio dire, una che ha spoaccato i culi di miliardi di zombies e ai doberman mutanti, come cazzo è possibile che inciampi goffamente sul suo stesso piede? Io non ci credo.

Ci sono altri buchi in questo plot che adesso vi vado ad enunciare: primo, non ci viene data spiegazione del perchè l’ispettore sia l’unico che manterrà, agli occhi di Milla, la stessa faccia e perchè poi invece alla fine no? secondo (spoiler) ma quando gli hanno sparato al detective? quandooo? Julien, te lo sei inventato solo perchè sei francese e dovevi imporre un final evil agli americani. terzo: io da quel di che l’avevo capito chi era l’assassino, mica siamo scemi qui, eh!

A parte ciò e le irritanti monofacce di Milla, un flick decente e guardabile.

Allora, comincio proprio così: ti credo che Livide è bellissimo, è degli stessi registi/sceneggiatori di À l’intérieur, Alexandre Bustillo e Julien Maury! Come poteva essere altrimenti, ordunque? Come hanno osato le solite checche isteriche bollare questo gioiellino dell’horror francese come una cagata mostruosa? Io una risposta ce l’ho: invidia!

Livide ha tutte le carte in regola per feticciarmi: la danza classica, i non morti, il sangue, la taxidermia, le falene, il tema medical… e c’è anche in 2 piccoli camei Beatrice Dalle, una delle donne più belle dell’universo (protagonista arcana di À l’intérieur).

Livide è un film esteticamente ineccepibile, come potete rimarcare voi stessi da queste foto che ho selezionato; è originale, pur scimmiottando un incipit all’americana, se vogliamo, ripercorrendo in maniera del tutto personale i classici dell’horror d’oltre-oceano e, naturlich, realizzando una pellicola che ai suddetti classici, gli (scusate l’espressione colorita) piscia in culo.

A me, dopo questo stupendo Livide, mi è venuta voglia di riguardarmi La casa dalle finestre che ridono :) non so perchè!

I tripudi di svastiche non finiscono mai e noi non staremo certo qui a lamentarci perchè anche nel 2012 (e siamo solo a metà anno) sono usciti già almeno 5 titoli naziexploitation! Ed è il caso dell’attesissimo (?) sequel di Outpost, geniale flick inglese di qualche anno fa, dotato di nazi-zombies, svastiches e battute incredibili tipo: You’re no different to them out there. Men who once had a purpose and now have nothing but death. Oppure: si può dire quello che si vuole sui nazi, ma non che non avessero stile (tipo, non l’ho trovata in originale, stranamente!)

Comunque, in questo squisito sequel abbiamo una cacciatrice di criminali di guerra (tedeschi), naturlich facente parte della stirpe di Them, che cerca di mettere le mani su un certo Boimel (non si chiama ovviamente così) e finisce per ritornare nella valle di Outpost 1, dove grazie ad un fortissimo campo elettromagnetico, la spaventosa, ma avanguardistica macchina crea nazi-zombie, macina mostri a rotta de collo. (non sapevo come porre un termine a questo arzigogolato periodo)

Ma, attenzione arriva lei, che: sgambetta tranquillamente in un campo di battaglia con i nazi-zombies che spaccano il culo alle special forces americane, si nasconde dietro i morti in almeno 3 occasioni, tutti intorno a lei cadono come mosche, arriva nel bunker sgaiattolando tra cadaveri e fuhrerine incarognite, spegne la macchina creazombie e si fa fregare come un’umile fefigghia dal suo comprare scienziato con un finale che, purtroppo, lascia presagire un ennesimo sequel… ma non staremo certo qui a lamentarcene!

Spesso mi lamento che nelle cover dei film figurano personaggi, cose e situazioni che non vedranno mai la luce nel film, sviando completamente chi cerca di fare una scelta congrua tra un flick e l’altro, basandosi esclusivamente sulla copertina! Nel caso di The Pact è il titolo del film a non avere nulla a che vedere con il plot dello stesso, il che è abbastanza inusuale e denota una certa originalità o stupidità del regista o di chi per lui ha fatto questa scelta. Di certo è l’unica pecca che possiamo trovare su The Pact, horror praticamente perfetto, firmato da Nicholas McCarthy, alla prima vera prova dietro la mpd (fatta eccezione per 4 corti) e senza dubbio, Nick deve aver amato a dismisura l’horror giapponese e Silent Hill, ma non perchè pecchi di originalità, semplicemente per tutta una serie di sensazioni che il film riesce ad evocare. Sembra proprio un videogame in cui la nostra eroina, di ritorno nella casa materna per il funerale della odiata mamma, deve scoprire cosa è successo a sua sorella e, soprattutto, cosa vuole da lei l’oscura presenza che non trova pace all’interno della dimora.

Certo, Nick, (spoiler!) che lei riesca a trovare il nome di un serial killer e tutti i cazzi su di lui semplicemnte digitando Judas su google è un po’ una cazzata totale, proprio come Samara e la storia dei cavalli suicidi, ma siamo in pieno horror e te lo puoi permettere, sort of :)

Lei è fichissima, sembra la polipina di Dagon!

Direktøren for det hele



Non mi piacciono i Simpson et similia, non guardo I soliti idioti, non rido alle battute volgari e mediocri e, peggio ancora, conformi, scandite dalle risate preregistrate (ok, adesso divertiti!), delle commedie americane, non mi fomento con 300 e le sfilze di pettorali oleosi e sbuffo all’ennesimo sequel di Douchebags of Caraibbean… Non sono snob, o almeno, non del tutto. A volte riesco ad essere un buon pubblico e ad esortare l’eroe di turno (sempre solitario e anticameratesco) con gesti inconsulti e mano a conchetta.

Ma nulla mi soddisfa di più di gustarmi un film di Lars Von Trier, un folle documentario di Werner Herzog o un oscuro film italiano anni ‘70. Per non parlare dei film francesi, ma qui scenderi in un territorio squisitamente antinazionale e stasera c’è aaa partita, quindi evitiamo!

Lars si è ormai cimentato in ogni genere cinematografico, compresa la pornografia (a parte le scene hardcore degli Idioti, a breve uscirà un vero e proprio pornazzo) per cui non ci stupiamo affatto del concept di Direktøren for det hele (aka The Boss of it all), sebbene le banali classificazioni dei critici cinematografici difficilmente si possano applicare al cinema del maestro danese.

Questo film del 2006 presenta tutte le componenti Larsiane: il demiurgo che ci accompagna in una sorta di narrazione esterna, lo zoom pazzo alla Jesus Franco, l’ironia nonsense nel secolare odio tra i popoli (in questo caso tra danesi e islandesi), i rapporti umani sempre imbarazzanti e quell’assenza di moralità, ma che prevede però altra soluzione decisiva, che rende l’opera di LVT così originale ed interessante.

Ma, bando alle ciance: Ravn, presidente di un’azienda di prodotti informatici, (geniale il momento in cui nessuno riesce a definire di cosa esattamente la ditta si occupi) decide di vendere ad un antipaticissimo acquirente islandese. Il problema è che Ravn, uomo dall’apparenza buona ed innocua, non ha mai svelato la sua vera posizione in azienda per paura di non essere amato dai suoi colleghi; ogni decisione sgradevole viene quindi presa da un fantomatico presidente che vive in America.

Costretto dagli eventi a palesare il boss of it all, egli decide di assumere un attore disoccupato che dovrebbe limitarsi a firmare per procura la cessione aziendale…

In una totale sovversione dell’etica e della morale, i fatti precipiteranno lentamente e paradossalmente verso un epilogo in cui il machiavellico attore sarà finalmente unico protagonista in questa commedia dei filosofici errori.

Per riprendermi da cotanta bellezza, mi sto guardando Project X, che già nei primi 10 minuti si sta rivelando una stronzata mostruosa… aka Forse è vero che sono una snob.

Incredibile ma vero, sono riuscita a vedermi un altro film che avevo adocchiato da tempo, trattasi di pelicula spagnola (avevo anche provato a guardarlo in spagnolo con pessimi risultati) diretta da tale Guillem Morales, che io avevo scambiato per Guillermo del Toro, dando immediatamente fiducia allo stesso, ma, nonostante la mia dislessia visiva, lo stesso merita davvero. (whattttttssss?)

Los ojos de Julia, aka Con gli occhi dell’assassino, è un ottimo horror psicologico che inzuppa le sue magiche carte nel j-horror con citazioni colte e belle da film come Shutter, Ju-on e The eye; citazioni che solo gli spettatori più attenti (o più nerds) saranno in grado di ritrovare.

Pur non investendo un cent nei visual effects, Los ojos de Julia riesce a terrorizzare grazie ai raffinati giochi di luce, alle inquadrature che partono dal punto di vista della protagonista e di sua sorella, la prima afflitta da una malattia degenerativa del nervo ottico, la seconda ormai cieca. La telecamera sa benissimo dove andare e come farti innervosire, infatti Morales non è una new entry nel cinema spagnolo, essendo già alla sua ottava prova dietro la mdp.

C’è perfino - almeno, secondo il mio modesto parere, una dotta citazione a Lucio Fulci ed al suo L’Aldilà, ritengo (forse sbagliando) che Morales abbia tentato di concludere la sua opera proprio in quello stile, scadendo però nel grottesco; ma è l’unica pecca di un film eccellente e, tutto sommato, una pecca che non cambia nulla all’economia dello stesso.

PS: sulla locandina il film è “presentato” da Guillermo del Toro, dicevo io, mica sono pazza!

Da bambina avevo visto questo cartone giapponese in cui c’erano delle famiglie che andavano a vivere in Australia, quindi era tipo ambientato alla fine dell’800, inizi ‘900 e di tutte le puntate me ne ricordo una che contribuì a sabotare i già deboli neuroni del mio gulliver procurandomi notti insonni: ad un certo punto lei (mi pare si chiamasse Lucy) fa questo sogno in cui non ha la faccia ed è l’unico motivo, probabilmente, per cui questo Intruders (complimenti per l’originalità del titolo, ci sono almeno altri 40 film intitolati così per non parlare di gruppi musicali etc) mi è piaciuto! Purtroppo c’è Clive Owen, lo so, pietà, ma il resto del cast è misconosciuto (ed è cosa buona), gli effetti sono old school e quindi belli, la trama anche piuttosto ricca, tanto che fino alla fine io non ci avevo capito un cazzo, ma sarà stata anche la complicità di Lilith che mi ha camminato sul computer a più riprese coprendo parti essenziali della narrazione.

Ho appena visto l’ultimo film di Jaume Balagueró, Mientras Duermes (aka Sleep Tight) e mi ha lasciato un po’ interdetta. Perchè mesi fa, quando ancora Motion Empire diffondeva felicità, guardai tale The Resident (ve ne ricorderete forse, avevo fatto anche la recensione, ma anche no) che è la copia identica sputata (con la morte) paro a paro di questa pellicula spagnola. Ora sorge un dubbio amletico: chi ha copiato chi? Sicuramente Mientras Duermes fa più ribrezzo perchè gli attori non sono i classici figaccioni americani che in un thriller non hanno senso; perchè uno all’idea di subire nefandezze durante la notte, no, dico, un conto è che te le fa un orrido attore calvo con la faccia da psicopatico e un altro è se te le fa Brad Pitt… o il sosia di Xavier Bardem su The Resident. E qui non si ferma di certo il paragone tra due film impeccabili, di cui uno inquieta e l’altro no. La costruzione del personaggio principale è un’opera d’arte: entrare nel suo mondo, nella sua psiche, arrivare a capire i suoi macabri gesti in un crescendo orrore che si dirige più nei confronti di questi stronzi piccoli borghesi che abitano il palazzo che in quelli di uno spietato maniaco sessuale - e non.

E quella spiegazione che tutti cercano quando si legge sulla cronaca nera dei più insensati misfatti, perchè, per quale motivo queste persone fanno del male? Perchè solo con la distruzione dell’altrui felicità possono essere a loro volta felici. Quanta poesia!

Bitch, please

 

Beh, più persone me l’hanno consigliato e così mi sono vista Shame, film di cui praticamente parlano tutti e diretto da Steve McQueen, che ovviamente non c’entra un cazzo con l’originale, che, tra l’altro, è morto da un pezzo! Conosciuto per Hunger, il film su Bobby Sands (che non ho visto) Steve è alla sua seconda prova dietro la mdp.

La prima parte del film mi aveva non dico entusiasmato, ma colpito perlomeno; Steve ha una certa eleganza e cura e Michael Fassbender (chi?) mi è sembrato un bravo attore. Il film stava prendendo una piega moralista, ma in senso positivo, mentre mostrava la vita dissoluta di un mediocre impiegato. E le buone intenzioni ci sono tutte, va detto. Il problema è nella scarsità dei dialoghi (l’unico, degno di nota è quello tra lui e sua sorella nelle scene finali del film), nella ridondanza di alcune immagini (insopportabile la scena di lei che canta e ammorbanti le sequenze finali di lui in metro, lui che scopa, lui che si dispera con questo pianoforte irritante) e nel finale rabberciato che non risolve praticamente nulla in termini di narrazione.

Ma la cosa che mi ha più mandato in bestia in tutto ciò è che il regista abbia voluto tentare l’audace carta Gaspar Noè, solo che, zio, tu non sei nemmeno lontanamente un milionesimo di quello che è Gaspar. Ah, si sarebbero potute anche tagliare le scene di sesso, lo avevamo capito già all’inizio, grazie.

Boroland

Sul poster c’e’ scritto nei cinema estate 2009, ma io l’ho visto ieri, grazie alla nave pirata di mio marito che tutto saccheggia in giro per internet. Io sono una gran fan di Vin coatto Diesel, ho visto tutti i suoi film e, sicuramente la sua interpretazione migliore (nonostante abbia 2 espressioni, quella seducente - ??? - e quella da duro) e’ stata l’agente Xanden in XXX in coppia con la trashdiva Asia Argento e quella di Dominic nel primo Fast and Furious. Come tutti gli appassionati della saga, anche a me hanno fatto cagare gli episodi 2 e 3 e quindi sono stata mega contenta di vedere che con il 4 siamo ritornati agli antichi sfarzi. Accanto a Dom ritroviamo l’irritante Paul Walker (uno degli “attori” da me piu’ odiati”), Michelle Rodríguez (una delle mie beniamine trash, ottima in Resident Evil e SWAT) e la sorella di Dom, ora non mi sovviene il nome, comunque quella che ha partecipato anche ad un remake di Texas Chaisaw Massacre. In questo quarto capitolo, abbiamo un colpo iniziale che non vi svelo perche’ non voglio spoilerarvi e ritorna l’accoppiata Dom+Paul Walker (non mi ricordo il nome sul set, praticamente non mi ricordo gia’ piu’ un cazzo - ho controllato, si chiama Brian O’Conner) all’inseguimento di un oscuro trafficante di droga che tu giassai dalla prima ripresa chi e’, ma l’FBI no perche’ come tutti gli sbirri, sono dei rincoglioniti sia nelle fiction che nella realta’. Corse pazze, qualche culo al vento, niente scene di sesso (Vin ma siamo impazziti???), battute dajecamontrash, mitragliate a gogo, sguardi allucinanti dei due protagonisti, scatti di ira privi di senso, insomma gli ingredienti per un film di merda ci sono tutti.

Fast and Furious 4 e’ un film di merda, ma a me e’ piaciuto, 1 perche’ non sono una femmina al 100% e, come dice mio marito, sono un ibrido che gira con il gatto sulla testa con degli inconcludenti gusti cinematografici (il gatto, non io), 2 perche’ sono anche mezza cacariso inside e come tutti gli asiatici mi fomento con le macchine bore con gli alettoni enormi e la supervelocita’ al fosforo, 3 perche’ un film con Vin Diesel me lo devo guardare per forza!

Ecco le quotes assurde:

Brian O’Conner: This is where my jurisdiction ends.
Dominic Toretto: And this is where mine begins.

Dominic Toretto: I’m a boy who appreciates a good body, regardless of the marque.

PS: il regista e’ Justin Lin, lo stesso di Tokio Drift.

When I see this kind of shit I get hungry, yummi!

Premetto che a me le megaproduzioni mi sono sempre state sul cazzo, perche’ e’ facile tirare fuori un prodotto bello e impacchettao quando si hanno un sacco di soldi a disposizione; nonostante questo, tantissimi film a grosso budget si rivelano essere delle merdate colossali perche’ l’abbondanza di mezzi finanziari e i grossi nomi non possono riempire contenitori vuoti e assenza di creativita’. D’altra parte, bisogna essere sinceri e ammettere che non tutti i low budget sono dei buoni film, a volte non solo non si ha una lira, ma non si hanno nemmeno idee. Detto cio’, io supporto il cinema indipendente e mi capita di vedere tanti film ignobili, ma almeno e’ merda fatta col cuore.

Non e’ il caso di Splinter, ottimo piccolo capolavoro horror, pieno di idee, di splatter a pezzettoni e pregno di una dolce morale di fondo che mira a riscattare l’outlaw reietto. Girato dall’inglese Toby Wilkins, specialista in visual effects (e si vede, cazzo!), prima di essere regista sconosciuto, e che con un cast di attori mai visti prima, pochi spiccioli, tanta fantasia, tira fuori una mutazione zombie e cannibalistica a partire dal simpatico porcospino! Questa e’ genialita’ pura! Abbiamo un quartetto male assortito composto da: la cazzuta amante della natura e metalmeccanica, il suo fidanzato nerd ed ebreone (guardate la foto e ditemi se non e’ l’uomo piu’ semita al mondo hahhahahahaa) phd in biologia - che naturalmente e’ inizialmente inutile, ma si rivelera’ poi essere pieno di risorse - il criminale e la sua pupa metadonica che li prendono come ostaggi una volta rimasti a piedi.

Mentre i 4 si dirigono verso una banca, rimarranno coinvolti in uno strano incidente: travolgeranno un porcospino mutato e da li’ inizieranno i loro guai. Non voglio dirvi di piu’ perche’ mi stanno sul cazzo quelli che recensiscono raccontando tutto il film, vi dico solo che era da tempo che non vedevo effetti e maquillage cosi’ ben fatti, e che, secondo me, il buon Toby e’ un fan di Reanimator, altrimenti le scenette delle mezze manine redivive e cannibali non si spiegano! Gore, arti amputati, ossa che scricchiolano come in Ringu, slime e splatter a rotta di collo, spuntoni, sbirri morti, corpi in rapida putrefazione, mani ribelli. Che cazzo volete di piu’ dalla vita?

La manina di Splinter…

E quella di Bride of Re-animator! Quando trovo queste dotte citazioni mi sento molto nerd, ma mi fomento una cifra e sono molto fiera di me!

Il cinema europeo continua a pompare alla grande soprattutto per quel che attiene il filone horror. Non so se il fatto di specializzarsi in questo genere filtrando diverse tematiche di crisi attraverso l’orrido prisma sia di per se’ un fatto negativo o positivo, ma tant’e’; ieri ho visto lo spagnolo Eskalofrio (Shiver) che a quanto pare e’ gia’ stato acquistato dagli ameriCANI, presumo per distruggerlo rifarlo e spacciarlo per prodotto originale, e che rimescola varie correnti orrorifiche come vampirismo e licantropia… a volergli proprio fare le pulci, il rimando a Twilight e’ piu’ d’uno: il giovane tenebroso che “ha una malattia che lo fa andare a fuoco se esposto alla luce del sole”, foreste e paesaggi montani, la bella che anche lei (come Bella) e’ figlia del detective locale e si invaghisce subito del giovane vampiro, un misterioso licantropo che fa stragi di pecore e umani, ma protegge il “vampiro”…. ma per il resto con Twilight c’entra ben poco! Piu’ che altro e’ una storia di solidarieta’ intra-freaks in cui escono fuori tutte le putrefazioni spirituali delle persone “dabbene”. Il nostro giovane Santi si trasferisce con sua madre in un posto meno soleggiato nell’entroterra spagnolo, dopo un acuirsi della sua “malattia”; i due pensano di aver trovato pace e accettazione, ma il piccolo villaggio si dimostrera’ davvero poco aperto e ricco di sorprese!

4bia!

Oltre a odiare, mi e’ anche capitano di guardare 4bia, quartetto di corti horror tailandesi veramente eccezionale, considerato il microbudget, l’assenza di effetti speciali e i pochi mezzi a disposizione; La Tailandia ultimamente si sta specializzando nell’horror e tira fuori idee geniali che gli americani stanno li’ a grattarsi il cranio, mangiarsi le mani e spulciare tra i loro film per scopiazzare tutto. Il primo corto si intitola Happiness ed e’ un perfetto esempio di horror tecnocratico: in tutto il minifilm non viene detta una parola; la trama si svolge attraverso gli sms del telefonino della protagonista che trovatasi sola nel suo appartamento, immobilizzata da una gamba rotta proprio come James Stewart in Rear Window (non a caso ci saranno diverse dotte citazioni tra cui la scena del grattino nel gesso) e quindi hikikomori per necessita’, scambia una serie di messagini sempre piu’ fitti con uno sconosciuto anch’egli solo e recluso. Il tema e’ quello della solitudine e del disagio tecnologico, tant’e’ che il suo destino scorrera’ proprio sul microchip del cellulare. Devo dire che in un paio di momenti ho strizzato le chiappe e Lilith e’ scappata graffiandomi la pancia per i miei sussulti, quindi l’effetto terror c’e’ e funziona! Ora vado a scavare una fossa in giardino per il cellulare, non si sa mai!

Il secondo episodio Tit For Tat (che non vuol dire una tetta per tutti) affronta la tematica del bullismo e il pregiudizio tipico di alcuni paesi asiatici nei confronti di determinati mestieri considerati poco nobili; il figlioletto di un undertaker si fa bulliare da un gruppo di studenti teste di cazzo, ma il povero si rivolgera’ alla magia nera per riequilibrare la situazione. Qui qualche visual effect c’e’, personalmente non amo i VE, ma in questo caso sono centellinati e hanno un loro perche’. Anche qui strizzatina su scena finale.

Il terzo episodio, In The Middle, e’ girato da uno dei co-registi di Shutter (lungometraggio paurosissimo rifatto dagli americani che ovviamente lo hanno rovinato) il che spiega tutte le battute sullo stesso, citato a piu’ riprese dai protagonisti; anche qui citazioni dotte: Deliverance su tutti. E’ un misto tra comic e horror, tutti gli altri recensori gay dicono che sia l’episodio meno riuscito ma a me siceramente e’ piaciuto al pari degli altri.

Ed eccoci all’ultimo capitolo, Pisanthanakun, firmato dall’altro co-regista di Shutter, decisamente il piu’ spaventoso di tutti, in cui ritroviamo il tema dell’adulterio e del fantasma rancoroso. Il set e’ un aereo, la creativita’ e’ agli apici, la recitazione perfetta da pisciare in culo a tutti quei divi di plastica che il circuito mainstream ci appioppa e che sono delle merde incapaci. Viva 4bia, viva la Tailandia!

Vedo tra i commenti che ci sono dei professoroni, a meno che non sia mio padre, ma non credo perche’ lui ha le risposte a tutto e quindi saprebbe anche ricollegare i bellissimi serafini alle stigmate. Comunque sia, l’altro giorno (saltiamo di palo in frasca) ho visto un horror finlandese davvero figone, dal titolo molto relax di Sauna, che pero’ non e’ per niente relax e in quella di sauna non ci vorreste mai entrare, credetemi! La caratteristica numero 1 di questo flick e’ che sembra una mega produzione di Hollywood, ma in realta’ e’ costato 2.000 lire… beh, non proprio, ma insomma abbiamo un microbudget e non si direbbe affatto!

L’ambientazione e’ storica: ci troviamo nel 16esimo secolo, alla fine di una delle tante guerre tra Russia e Svezia e 2 fratelli finlandesi si recano con la delegazione russa per tracciare i nuovi confini. Durante il loro viaggio pero’ il sanguinolento fratello maggiore, uccidera’ un oste colpevole di essere ortodosso e abbandonera’ la di lui figlia a marcire in cantina. Lo spettro dei suoi atti malvagi si trasformera’ in una vera e propria maledizione (molto asian style) che contagera’ non solo il gruppo di militari, ma anche uno strano paesino in cui si trova una bizzarra costruzione che funge da sauna. Ottima la trama, nella sua semplicita’ risulta davvero efficace, anche un paio di visual effects (che voi sapete in genere odio) che non sono affatto male (fanno paurissima) alla fine del film, buonissima la recitazione e maestosa la regia, forse anche grazie ai luoghi gia’ lugubri del grande e vasto nord. Ah, poi c’e’ praticamente Putin giovane che ci recita e c’e’ anche la bambina piu’ bella del mondo.

L’effetto speciale paurissimo